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Alice Miller, il dramma del bambino dotato

Alice Miller, Il dramma del bambino dotato

Ogni bambino ha il legittimo bisogno di essere guardato, capito, preso sul serio e rispettato dalla propria madre[…]. Un’immagine di Winnicott illustra benissimo la situazione: la madre guarda il bambino che tiene in braccio, il piccolo guarda la madre in volto e vi si ritrova…a patto che la madre guardi davvero quell’esserino indifeso nella sua unicità, e non osservi invece le proprie attese e paure, i progetti che imbastisce per il figlio, che proietta su di lui. In questo caso nel volto della madre il bambino non troverà sé stesso, ma le esigenze della madre. Rimarrà allora senza specchio, e per tutta la vita continuerà invano a cercarlo”.
(Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé, 1996, p. 37)

Alice Miller, il dramma del bambino dotato

In questa citazione tratta da Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé si può trovare il nucleo delle tesi di Alice Miller (1923-2010), psicanalista per vent’anni fino al 1980. In quell’anno, infatti,  volle dedicarsi interamente alla scrittura di saggi e alla divulgazione dei risultati del suo lavoro, frutto di anni di esperienza diretta, ricerca e studio. La posizione della Miller ribaltava completamente la prospettiva classica della psicanalisi ortodossa, intesa  a prendere le parti degli adulti genitori e a contrassegnare il bambino con lo stigma del “perverso polimorfo”, considerandolo unico vero colpevole del male vissuto.

Ne Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé l’infanzia viene descritta come il terreno in cui attecchiscono i semi del disagio futuro. La radice della sofferenza è da vedersi, secondo quanto scrive la Miller, nel tipo di rapporto che si instaura tra il bambino e i genitori. Il bambino dotato, il bravo bambino modello che è l’orgoglio di mamma e papà,  si forgia attraverso sottili violenze, fisiche e psicologiche, che vanno dalle prevaricazioni ai maltrattamenti più o meno evidenti. Violenze sottili e silenziose perché il bambino è in completa balia dei genitori, bisognoso del loro amore e pronto a idealizzarli completamente.

Il dramma del bambino dotato Alice Miller

Quel bambino, sensibile e ricettivo ai bisogni inconsci dei genitori e alle loro aspettative, desideroso di essere accettato e amato, cerca di adattarvisi. Mette così da parte le proprie esigenze, a partire da quella primaria di essere amato per quello che è, amato in modo integrale e disinteressato e non perché si conforma ad un’immagine proiettata da madre e padre.

Quel bambino nasconde i propri sentimenti più spontanei come la rabbia o l’indignazione, considerati inaccettabili dagli adulti e, così facendo perde la propria integrità originaria. Questo è il dramma descritto dal titolo del saggio della Miller: il venir meno della possibilità di sviluppare appieno la propria personalità, di trovare il proprio sé autentico o Vero sé. Nasce così il Falso sé, un’immagine preconfezionata che risponde all’aspettativa degli altri, in primis i genitori.

Quel bambino così “perfetto”, che dimostra precocemente di saper badare a sé stesso, sviluppa una profonda insicurezza emotiva e fa i conti con un vero e proprio “impoverimento psichico”. Da adulto il bambino dotato andrà incontro alla depressione o costruirà una facciata di grandiosità, una difesa per celare il proprio vuoto emotivo. Lo schema di comportamento introiettato, inoltre, lo predisporrà a ripetere i comportamenti subiti dai genitori con i propri figli. Soltanto con loro, infatti, quello che è stato un “bambino modello” può rivalersi, assumendo una posizione di forza, in un circolo vizioso che può essere rotto soltanto attraverso un percorso di riscoperta del proprio “destino infantile”, la ricerca del vero Sé.

La psicoterapia ne Il dramma del bambino dotato

Non è sufficiente, secondo quanto espresso dalla Miller, avere cognizione della propria vicenda infantile. Si tratta, infatti, di una cognizione che rimarrebbe puramente a livello intellettuale e quindi superficiale. Per trovare il proprio Sé autentico si rende necessario vivere i sentimenti negati come la rabbia, la gelosia, l’odio, la paura, quei sentimenti rimossi e soffocati da bambini per non disattendere le aspettative dei genitori. Sentimenti legittimi ed emozioni autentiche, che devono avere posto entro il nostro orizzonte emotivo. In questo può aiutare la psicoterapia, che non ha il potere di restituire il mondo perduto dell’infanzia né può modificare ciò che è collocato nel passato, ma permette a chi vi si sottopone di arrivare ad una “comprensione emotiva” e all’elaborazione del lutto per questa irrimediabile perdita.

La psicoterapia, però, pone un ulteriore problema, trattato nel capitolo “La situazione dello psicoterapeuta”: colui che abbia intrapreso la professione del terapeuta, infatti, è stato, nella maggior parte dei casi,  egli stesso un bambino “usato” dai propri genitori per compensare le carenze affettive; proprio grazie a ciò ha sviluppato la sua peculiare sensibilità e l’empatia. È il suo vissuto particolare a renderlo adatto a svolgere la professione giacché egli è in grado di comprendere profondamente cosa significhi rinunciare al proprio Sé autentico.

Ciò è possibile, però, soltanto a patto di aver già elaborato compiutamente i propri sentimenti di rabbia, frustrazione e senso di abbandono per non rischiare di proiettarli sui propri pazienti, servendosi di loro proprio perché essi, come i bambini dai genitori, dipendono dal terapeuta.

A completare il quadro teorico delineato concorrono poi i numerosi casi riportati da Alice Miller; si tratta di esempi tratti dalla propria esperienza di terapista, dalle osservazioni del quotidiano, ma anche dallo studio delle biografie di grandi artisti come Herman Hesse, Ingmar Bergman

La ferita invisibile: come si costruisce un bambino dotato

Un esempio tra tutti colpisce perché si tratta di una situazione apparentemente innocua ma che cela, secondo la studiosa, i segni del disprezzo – soprattutto se la scena viene guardata con gli occhi del bambino. Una giovane coppia fa una passeggiata con il figlio di circa due anni a fianco. Mamma e papà hanno un ghiacciolo in mano mentre il bambino ne è privo. Egli, tuttavia, manifesta chiaramente il desiderio di averne uno tutto per sé. La madre e il padre, a turno, si offrono di fargli assaggiare il proprio ma lui rifiuta e tende la manina verso l’oggetto del suo desiderio, che gli viene sempre sottratto. Il bambino piange disperato mentre madre e padre, pensando di tranquillizzarlo, ridono del suo atteggiamento, ridicolizzandolo e sminuendolo. Con questo atteggiamento del tutto mancante di comprensione, i genitori deridono il desiderio del bambino di essere come gli altri.  Madre e padre si sostengono a vicenda mentre il bambino è “tutto solo con il suo dolore”, si sente umiliato e disprezzato.

Una situazione banale per un adulto può diventare tragica per un bambino, un segno indelebile sulla sua psiche in formazione, un modello in grado di condizionare inconsciamente il suo futuro: questo il senso profondo del libro di Alice Miller Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé.

Alice Miller, il dramma del bambino dotato
ultima modifica: 28/06/2017
da Centro di psicologia e psicoterapia La Fenice

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