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Crisi di coppia: come aiuta la terapia?

Crisi di coppia: come aiuta la terapia?

L’attrazione viene meno, i litigi si susseguono senza fine oppure cala il silenzio, non si parla più; un muro si innalza tra moglie e marito, tra fidanzati o conviventi ed ecco palesarsi lo spettro della crisi di coppia. Il rapporto di coppia sembra destinato a spezzarsi sotto il peso dell’incomunicabilità, l’incapacità da parte di entrambi di esprimere appieno quel che si prova, mettendo in gioco le proprie emozioni.  Perché una coppia va in crisi? Le motivazioni alla base di una difficoltà nella relazione possono essere molteplici: la perdita del lavoro e il conseguente venir meno della serenità e di un precedente benessere economico, un lutto improvviso o un malattia e l’incapacità da parte del partner di far fronte al dolore dell’altro, un trasferimento che metta i membri della coppia nella condizione di non vivere insieme, la nascita di un figlio…

I casi della vita sono talmente vari che sarebbe impossibile affrontare tutte le casistiche. Occorre osservare, inoltre, che ogni coppia è un caso a sé, ogni coppia è unica e, di conseguenza, ciò che può mettere in difficoltà una può non creare disagio ad un’altra. Recuperare un rapporto in crisi può essere un’impresa ardua ma l’intervento terapeutico si propone come valido strumento per affrontare i problemi di coppia, promuovendo il recupero di una relazione fondata sul rispetto reciproco e la comunicazione.

Crisi di coppia e terapia

Il ruolo del terapeuta nella crisi di coppia

La terapia di coppia ha la funzione primaria di fornire ai due partner un contesto entro il quale lo psicoterapeuta si comporta da mediatore, ovvero funge da terzo elemento, esterno, che consente alla coppia di comunicare in modo non aggressivo.

Il terapeuta crea un setting che consente a chi sta effettuando una seduta di terapia di coppia di parlare liberamente, senza aver paura dell’altro, abbassando il livello di minaccia e tensione. Egli stabilisce delle regole di comportamento, assicurandosi che vengano osservate da entrambi. Dal punto di vista strettamente pratico e funzionale, il terapeuta può – ad esempio – chiedere di abbassare i toni durante una discussione accesa, e impedisce che vi sia qualsiasi mancanza di rispetto da parte dell’uno o dell’altro. Soprattutto, però, egli può cercare di sospendere l’agito e invitare alla riflessione su quel che avviene. La terapia di coppia, dunque, ci porta in una dimensione di riflessione, volta a mettere in evidenza le dinamiche in atto per promuovere la comprensione reciproca e il dialogo.

Coppia, intimità e controllo: stare in relazione con l’altro senza perdere sé stessi

La terapia di coppia, però, può lavorare anche su un livello più profondo, andando a toccare le fondamenta del rapporto. Molte difficoltà nel rapporto di coppia, infatti, hanno a che vedere con il tipo di modello amoroso che il singolo ha interiorizzato, il tipo di relazione sentimentale che gli è stato offerto come punto di riferimento del proprio universo relazionale. Il primo modello di coppia con cui abbiamo a che fare, fin dalla prima infanzia, è quello dei genitori ed è sulla base di questo prototipo originario che tendiamo a strutturare i nostri stessi rapporti. Individui che hanno vissuto in famiglia un matrimonio particolarmente doloroso e sono quindi stati esposti ad un modello di coppia disfunzionale possono sviluppare sistemi di difesa rispetto ai vissuti di coppia. Sono individui che non riescono ad entrare in intimità con il proprio partner, precludendosi la possibilità di vivere una relazione più profonda e completa, e allo stesso tempo non riescono neanche ad allontanarsene del tutto. In queste situazioni il lavoro terapeutico rappresenta l’opportunità per trovare modelli alternativi e mettere in discussione alcuni aspetti del proprio modo di entrare in contatto con l’altro, affrontando le proprie difficoltà relazionali.

Altra dinamica comune è quella che vede uno dei partner tentare di controllare l’altro, affidandogli integralmente la cura di sé. In psicologia il bisogno di controllare l’altro è inversamente proporzionale al nostro livello di autostima. Nel momento in cui sperimentiamo un’autoefficacia bassa sentiamo il bisogno che l’altro si occupi di noi, cerchiamo di manipolarlo per ottenerne l’attenzione totale. Questo avviene perché vogliamo ottenere dal compagno/a quel che non abbiamo avuto durante l’infanzia, l’amore incondizionato.

Mentre il bambino, però, ha diritto di essere amato incondizionatamente dal proprio genitore e di essere accudito poiché non è in grado di farlo da solo, l’adulto ha diritto ad un amore fondato sullo scambio reciproco. Un relazione di coppia sana può realizzarsi nel momento in cui i partner si trovano in una condizione di inter-indipendenza, in equilibrio tra la dipendenza totale e l’indipendenza totale. I due estremi, infatti, non rappresentano relazioni possibili proprio perché, in entrambi i casi, uno dei membri della coppia non esiste. Nel caso della dipendenza totale vi è un completo annullamento di sé per mettere al primo posto l’altro: io mi trascuro, non mi prendo cura di me stesso, non mi realizzo come individuo e delego all’altro il dovere di accudirmi, svincolandomi dalle responsabilità verso me stesso. Un atteggiamento controproducente poiché l’altro, pressato dal mio bisogno, si allontana; nell’inseguirlo io non faccio altro che voltare ancora di più le spalle a me stesso, sacrificando sull’altare di una relazione solo immaginata la mia individualità. D’altro canto, l’indipendenza totale significa elevare un sistema difensivo tale da impedire qualsiasi tipo di rapporto, visto come una trappola nella quale non si vuole cadere. L’altro non c’è più, annullato dalla nostra esigenza di essere assolutamente autonomi. Poter stare in relazione significa donarsi reciprocamente, essere in due, dare importanza all’altro senza dimenticare mai sé.

Nel corso della seduta, allora, il terapeuta potrebbe utilizzare uno strumento che deriva dallo psicodramma, la tecnica della scultura familiare applicata alla coppia. Si chiede cioè alla coppia di dare forma alle proprie modalità relazionali attraverso una rappresentazione visiva e spaziale che utilizza i corpi, i gesti, la direzione dello sguardo, le posture e l’atteggiamento corporeo. Il linguaggio del corpo consente, così, di esplorare il modo in cui i due soggetti coinvolti stanno in relazione, producendo una riflessione consapevole e, quindi, una possibilità di cambiamento.

crisi di coppia nascita di un figlio

La nascita di un figlio: la coppia in crisi di fronte al cambiamento

In ultimo andiamo ad analizzare una situazione estremamente frequente: la crisi matrimoniale o di coppia innescata dalla nascita di un figlio. Un evento tanto atteso, magari ricercato per anni o comunque frutto di un comune desiderio di genitorialità, può destabilizzare la coppia, coniugata o meno.

Dalla dimensione esclusiva del rapporto a due si passa a quella in cui c’è un terzo che ha bisogno (e diritto) di essere accudito. Aumentano le responsabilità e con esse cambiano i ritmi e mutano gli spazi, arrivano le notti insonni e le preoccupazioni insieme alle gioie della genitorialità. Anche il modo di vivere l’intimità e la sessualità vanno incontro a profonde modificazioni, che cominciano a farsi sentire fin dai mesi della gravidanza. Si può avere la sensazione che la storia sia finita perché c’è qualcosa che non può più essere come prima. La terapia, nel caso di una coppia in crisi per la nascita di un bambino, ha una funzione fondamentale: aiuta i partner ad elaborare il lutto relativo ad una fase del loro rapporto che si è conclusa e traghettare i due neogenitori verso una nuova fase della loro vita. Il terapeuta, così, mette in atto un intervento di sostegno alla genitorialità, dando indicazioni e linee guida per affrontare l’arduo compito di essere contemporaneamente coppia e genitori, senza che un ruolo soffochi l’altro.

Crisi di coppia: come aiuta la terapia?
ultima modifica: 31/07/2017
da Centro di psicologia e psicoterapia La Fenice

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