libertà ansia essere se stessi psicoterapia 12 Nov 2018

BY: admin

Psicoterapia

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Uno degli argomenti, dei grandi temi che la psicoterapia affronta sempre, qualunque sia il disagio manifestato dal paziente, è quello della libertà. È una delle questioni ultime dell’esistenza, insieme a morte, solitudine e mancanza di significato. Ed esattamente come le altre tre, è una questione che suscita molta ansia.

La relazione tra libertà e ansia non si comprende in modo immediato. Occorre fermarsi un momento a riflettere per tirare fuori da questo concetto quei risvolti che determinano emozioni non positive. È sicuramente vero che la libertà è qualcosa a cui tendiamo e che ci si presenta come la possibilità di fare ciò che si desidera davvero (sempre nei limiti consentiti). Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia, il lato “oscuro” della piena autonomia. La libertà, scrive Irvin Yalom, è psicologicamente complessa e permeata di ansia.

Essere liberi significa scegliere per sé, prendersi la responsabilità della costruzione della propria vita e identità, il che la carica di enorme significato e valenza. Ogni azione che compiamo, ogni decisione che prendiamo, ogni nostro fallimento dà forma a noi stessi e al nostro mondo. È tutto nelle nostre mani. La libertà è un abisso sopra il quale siamo sospesi, che ci mette di fronte alla consapevolezza del nulla.

Assumersi la responsabilità della propria vita

Partendo da questo presupposto, uno dei compiti fondamentali del terapeuta è quello di condurre il paziente ad assumersi la responsabilità di sé e della propria sofferenza.

Finchè il paziente crede che i problemi più importanti derivino da qualcosa che è fuori dal loro controllo – che si tratti delle azioni degli altri, di casualità, di ingiustizie sociali – il terapeuta può fare ben poco. È dall’assunzione di responsabilità che si può partire per produrre un cambiamento significativo nella propria vita, per raggiungere il benessere psico-fisico che la psicoterapia aiuta a ritrovare. Qualcuno potrebbe, però, porre un’obiezione. Potrebbe, infatti, dichiarare che effettivamente quello che gli succede è indipendente dalla sua volontà, non è controllabile, non ne è lui o lei la causa e non può farci nulla.

Prendiamo l’esempio di una donna che viene in terapia e lamenta le proprie esperienze negative nel mondo dei single: gli uomini la maltrattano e la usano, gli amici la tradiscono, il suo capo non fa che approfittare di lei e i partner che trova la ingannano. Quello che racconta è tutto vero. Ma occorre concentrarsi non sul 99% delle brutte cose che succedono, ma sull’1% sul quale lei, come soggetto, ha potere e responsabilità. Occorre guardare al suo ruolo nelle varie situazioni, focalizzare l’attenzione sul suo contributo alla propria sofferenza. Ciò non significa, naturalmente, individuare colpe, ma permettere alla paziente di vedersi come soggetto attivo, in grado di cambiare le cose.

Il paziente può essere più o meno disponibile ad accettare di avere un ruolo nel proprio dolore. C’è chi risulta più elastico, meno rigido, e riesce ad arrivare a comprendere la propria responsabilità; d’altro canto, c’è anche chi ha molte difficoltà a cambiare prospettiva e porsi nell’ottica di avere in mano la propria vita. C’è la tendenza a incolpare gli altri, a trovare delle giustificazioni esterne, a evitare di guardarsi dentro o analizzare più a fondo la situazione. In una situazione di sfruttamento c’è sempre uno sfruttatore ma anche uno sfruttato e chi si trova ripetutamente ad assumere questa posizione prova una qualche attrazione per questo ruolo.

La terapia di gruppo come via per comprendere la responsabilità personale

La psicoterapia di gruppo è in grado di creare situazioni adatte ad aiutare i pazienti nell’assunzione della responsabilità delle proprie azioni e comportamenti. Quando si comincia un percorso di terapia di questo tipo, infatti, i pazienti entrano nel gruppo alla pari e successivamente, seduta dopo seduta, acquisiscono all’interno di questa nuova dimensione un proprio spazio e un ruolo, che rispecchia fedelmente quello che è il ruolo nella vita di tutti i giorni, fuori dal gruppo. Il gruppo, inoltre, è consapevole del modo in cui i vari membri modellano il proprio ruolo.

Di conseguenza, il terapeuta può osservare nel qui e ora della terapia di gruppo, attraverso le dinamiche che si creano durante le sedute, le modalità di interazione del paziente. È molto più semplice capirle così, che ascoltando il resoconto non sempre fedele del paziente che riporta fatti accaduti.

All’interno del gruppo si avvia una sequenza di assunzione di responsabilità che funziona secondo una serie di tappe:

  • Innanzitutto, i vari membri si rendono conto che il loro comportamento è osservato dagli altri;
  • Poi apprendono come il loro comportamento e modo di agire fa sentire gli altri;
  • Quindi possono osservare e imparare a capire come il loro comportamento forma le idee e le opinioni degli altri;
  • Infine, i membri del gruppo imparano che questi primi tre passi modellano i sentimenti che nutrono nei propri confronti.

 

Dal semplice comportamento, dunque, si passa al modo in cui si viene valutati dagli altri e da sé stessi. Così il terapeuta può intervenire in modo più efficace, portando l’attenzione sulle dinamiche interne al gruppo, su quel che sta accadendo nel qui e ora che diviene strumento per capire quello che avviene fuori, nella vita di sempre.

 

Anche nella terapia individuale ci sono tecniche che permettono di focalizzarsi sul qui e ora, ad esempio ponendo l’accento sulla responsabilità del paziente nel processo terapeutico. I ritardi, la tendenza a nascondere o distorcere informazioni e sentimenti, il dimenticare di prendere nota dei sogni sono tutti atteggiamenti che dipendono direttamente dal paziente, che ricadono sotto la sua responsabilità e comportano delle conseguenze sull’andamento della terapia e sulla sua buona o cattiva riuscita. Il percorso di psicoterapia, infatti, funziona perché è il paziente ad agire. Il terapeuta non possiede una bacchetta magica, non è un dottore che “guarisce” prescrivendo farmaci o dando facili soluzioni e consigli, ma un professionista che aiuta l’individuo a scoprire dentro di sé capacità e risorse da mettere a frutto.

 

Scrive Yalom “l’assunzione di responsabilità è un primo passo essenziale nel processo terapeutico. Una volta che i singoli riconoscono il proprio ruolo nel creare le rispettive difficili situazioni esistenziali, si rendono anche conto che loro, e soltanto loro, hanno il potere di cambiare questa situazione”.

 

Durante questo percorso è possibile che si vada incontro a molti rimpianti. Rivedere la propria esistenza alla luce della responsabilità delle decisioni e azioni compiute, può determinare questo tipo di emozioni. Il terapeuta, allora, deve anticipare questo rimpianto e aiutare a trasformarlo, riformularlo in chiave positiva. Si può fare, ad esempio, proiettandosi non nel passato, ma nel futuro, immaginando come vivere l’oggi in modo che tra cinque anni non ci si guarderà indietro con rimpianto.

 

Prendere decisioni al posto del paziente: una trappola da evitare

Il terapeuta deve sempre guardarsi dalla facile tentazione di suggerire la soluzione o la decisione da prendere al paziente, sostituendosi a esso. Il terapeuta, infatti, non può avere idea delle conseguenze delle decisioni e, comunque, opera sulla base di elementi transitori e non affidabili: le informazioni fornite dal paziente con i propri racconti non solo sono distorte ma sono suscettibili di cambiamento nel tempo. Inoltre, quando il paziente è posto di fronte a un dilemma, spingerlo da un lato o dall’altro significa privarlo della propria responsabilità e dare un appiglio perché cerchi all’esterno di sé la propria motivazione.

Pensiamo al caso in cui un paziente, durante una seduta di terapia individuale, si lamenta del coniuge. Capita spesso che, dopo diverso tempo, si incontri proprio la persona di cui si è tanto parlato. E l’esperienza dimostra che c’è molta differenza tra la persona di cui si è sentito parlare per mesi e quella che si conosce nella realtà. Bisogna, dunque, fare affidamento su dati più oggettivi e sicuri. In questo caso particolare esistono due fonti privilegiate da cui attingere: le sedute di terapia di coppia, durante le quali il terapeuta può osservare direttamente l’interazione tra i partner e il loro reciproco comportamento; il qui e ora della terapia, che permette di verificare il reale contributo del paziente al processo terapeutico.

Esistono, però, casi in cui il terapeuta deve intervenire ed esercitare tutta la propria influenza. Si tratta delle situazioni in cui è evidente e inoppugnabile che il paziente viene maltrattato da un altro. In queste situazioni è legittimo, anzi doveroso, spingere verso una determinata decisione, come quella di non tornare da un partner che abusa fisicamente e psicologicamente della donna.

 

Decisioni e rinunce: il vuoto e la fine delle possibilità

Prendere decisioni al posto dei pazienti, dice Yalom, è un buon metodo per perderli. I pazienti che non possono o non vogliono eseguire un compito loro assegnato sono infelici e, alla lunga, abbandonano la terapia.

Ma c’è un’altra ragione per la quale non bisogna sostituirsi al paziente nel campo decisionale.

Le decisioni e i dilemmi aprono un grande campo esistenziale, nel quale entrano grandi temi quali l’abbandono, il rimpianto, il desiderio, la scelta. Dare un consiglio preventivo significa rinunciare a una grande opportunità terapeutica e non esplorare queste dimensioni dell’esistenza.

I dilemmi decisionali rinfocolano l’ansia ed è per questo che molti cercano di sottrarsi. Tentano di liberarsi dal dovere di scegliere, inducendo gli altri a prendere decisioni per loro, a sobbarcarsene il peso. C’è, per esempio, chi tratta talmente male il proprio partner da indurlo ad allontanarsi sempre di più, fino a lasciarlo. Non hanno il coraggio di troncare la propria relazione, quindi spingono l’altro a farla finita.

In terapia, però, si procede nel comprendere che, anche quando non si prendono delle decisioni, di fatto si sta scegliendo qualcosa. Manipolare l’altro perché faccia o non faccia qualcosa, significa aver preso una certa decisione. La psicoterapia aiuta a riconoscere questa dinamica. E anche a comprendere che la paura e l’ansia che ci pervadono di fronte alla scelta dipendono dal fatto che ogni volta che diciamo un sì, contemporaneamente diciamo a che un no. Ogni scelta esige una rinuncia, ci mette di fronte a ai nostri limiti, taglia fuori una serie di altre possibilità alternative.

Scegliere una certa scuola, una carriera, una compagna o un compagno significa escludere tutte le altre. Non si può decidere di avere un figlio e non averlo contemporaneamente. Nel momento in cui un figlio nasce, quello che siamo stati prima della sua nascita finisce per sempre.

È quasi una morte simbolica, un’esperienza di confine che ci fa confrontare con l’impossibilità di altre possibilità

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