interruzione psicoterapia 20 Apr 2018

BY: admin

Psicoterapia

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Quando si parla di psicoterapia si ha a che fare con un processo non lineare, che si attua secondo modi e tempi che non possono essere preconfigurati poiché tutto si basa sul lavoro sinergico tra paziente e terapeuta, legati da quella che viene chiamata “alleanza terapeutica”.  Il lavoro terapeutico, in quanto percorso, mira a raggiungere un traguardo, quell’atto finale con il quale la terapia si può dire conclusa, ma è possibile che – lungo il cammino – si incontrino delle difficoltà e che avvenga l’interruzione della terapia.

Interruzione della terapia e conclusione della terapia

Mentre la conclusione della terapia è il momento in cui il percorso viene portato a compimento e si decide, di comune accordo, che le prossime sedute saranno le ultime, l’interruzione è uno strappo, una lacerazione improvvisa che mette un punto alla relazione tra terapeuta e paziente: un fallimento. È quello che, in termini tecnici, viene chiamato “drop out”, il filo si spezza, il paziente decide – per uno o più motivi – di non presentarsi più alle sedute e di mettere fine alla psicoterapia senza aver sciolto quei nodi che lo hanno indotto a cercare un aiuto di tipo psicologico. È necessario, però, distinguere attentamente tra le varie cause che possono determinare questo distacco improvviso: da un lato troveremo cause accidentali, dall’altro cause più profonde, legate invece alla personalità dell’individuo-paziente.

Interruzione della terapia: le cause “accidentali”

Spesso, infatti, una terapia viene interrotta non per volontà del paziente, ma a causa di eventi esterni, che determinano l’impossibilità di recarsi alle sedute. Può trattarsi di un viaggio all’estero, che porta il paziente lontano per lunghi periodi di tempo, impedendo di fatto quella regolarità che fa parte del processo terapeutico, con sedute cadenzate e concordate secondo una routine. Altra causa accidentale può essere un trasferimento della residenza, magari in un’altra città, per ragioni lavorative o meno, che allontana fisicamente il paziente dal terapeuta e fa sì che sia impossibile raggiungerlo per lavorare all’interno del setting dello studio terapeutico. A queste particolari condizioni che possono causare l’interruzione non voluta della terapia si può aggiungere la malattia debilitante, di una gravità tale da non consentire al paziente di alzarsi dal letto e uscire di casa per recarsi dal terapeuta.

A questi impedimenti, in parte, è possibile sopperire al giorno d’oggi con la psicoterapia a distanza, tramite mezzi come Skype o Hangout che consentono il contatto visivo e l’ascolto, ma non sono ovviamente adatti a tutti i pazienti. Si tratta di una modalità di terapia valida ed efficace, con caratteristiche diverse dalla psicoterapia classica, che può essere utilizzata ma non con tutti i tipi di disturbi. Per gravi disturbi di personalità, disturbi dell’umore e patologie che richiedono anche una terapia farmacologica si preferiscono i colloqui di persona.

Ultima causa impediente, che porta all’inevitabile interruzione della psicoterapia è la morte di uno dei due membri della coppia terapeutica. Ma al di là di queste casistiche, esistono cause più profonde che possono indurre il paziente a decidere autonomamente di interrompere una terapia.

 

Quando la psicoterapia fallisce: il drop out

Molte terapie vengono interrotte durante i primissimi incontri, proprio nella fase di avvio del percorso. Talvolta già nel momento del colloquio telefonico, durante il quale si ha il primo contatto con il terapeuta, esiste la possibilità che il paziente decida di fermarsi. Prenderà un appuntamento per una seduta conoscitiva e non si presenterà mai. Per comprendere questo comportamento, è necessario analizzarlo.

Chiunque decida di intraprendere una psicoterapia ha dentro di sé due diverse istanze, come due parti in conflitto: una parte vuole andare verso un concreto cambiamento, modificare qualcosa della propria vita che causa disagio. Si tratta, solitamente, di qualcosa legato a un disturbo egodistonico, comportamenti, idee che si percepiscono come non in armonia con il proprio Io, ad esempio un disturbo d’ansia o degli attacchi di panico. Un’altra parte, però, si difende da questo cambiamento. La mente, infatti, tende a proteggere le strutture sulle quali ha costruito il proprio equilibrio, nel quale è ricompreso il disturbo stesso. Gli elementi che vengono sentiti come incoerenti e che potrebbero creare confusione negli schemi mentali che si sono introiettati vengono naturalmente respinti.

L’Io, per preservare sé stesso, mette in atto una serie di difese rispetto a tutti quei contenuti angoscianti che potrebbero turbarne il delicatissimo equilibrio. Un esempio di difesa è la rimozione, un meccanismo che determina una “dimenticanza”, l’allontanamento dalla coscienza di ricordi, vissuti, emozioni, desideri, fantasie che risultano contraddittori o conflittuali rispetto al nostro modo di interpretare la realtà sugli altri e noi stessi. Quando, ad esempio, si è stati vittime di un padre violento e abusante, ma allo stesso tempo si è introiettata l’immagine di padre come figura di riferimento, si vive all’interno di un conflitto che viene sanato attraverso il meccanismo di difesa della rimozione, che esclude dalla consapevolezza i ricordi dolorosi, oppure attraverso il meccanismo della scissione, che non elide i ricordi, ma li mantiene svuotandoli delle emozioni connesse.

Tali meccanismi di difesa, tra i quali figurano anche meccanismi più evoluti come l’ironia, l’identificazione e la sublimazione, durante la psicoterapia possono emergere come resistenze. È probabile che ciò avvenga durante le prime fasi, ma non è strano che si incontrino resistenze anche in momenti più avanzati del processo terapeutico, in particolare quando si vanno a toccare alcuni argomenti e temi molto sensibili. In queste situazioni, proprio per evitare il blocco e il drop-out del paziente, è necessario che il terapeuta comprenda la natura della resistenza e metta in atto alcune operazioni che consentano di superarla. La bravura del terapeuta, in questo frangente, sta nel riuscire a porsi in modo tale da non attaccare in modo brusco le difese del paziente, nel rispettarle e superarle gradualmente, poiché su di esse – come spiegato in precedenza – si fonda la struttura dell’Io.

Altra situazione che può condurre all’interruzione della psicoterapia è il transfert negativo cioè la proiezione sul terapeuta di emozioni e sentimenti negativi connessi a esperienze di altro tipo. Come evidenziato più volte, infatti, le relazioni ed esperienze dei primissimi anni di vita – che sono quelle con madre e padre o comunque con le figure accudenti di riferimento –  danno l’imprinting all’individuo, modellano le relazioni future. Durante la psicoterapia il meccanismo del transfert fa sì che emozioni e vissuti vengano “spostati” sul terapeuta che, per il particolare ruolo che riveste come figura alla quale ci si affida, viene assimilato a un genitore.  Nel caso di un transfert negativo il terapeuta deve rendersi immediatamente conto di quel che sta accadendo e darne una corretta lettura al paziente: è fondamentale far capire all’altro che quello che sta provando e vivendo ha a che vedere con altre relazioni. Soltanto in tal modo è possibile preservare la relazione terapeutica che porta, infine, a una situazione di benessere.

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