grande fratello psicoterapia letteratura 20 Nov 2018

BY: admin

Psicoterapia

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È possibile trovare molteplici spunti di riflessione, suggestioni e grandi temi di carattere psicologico non solo all’interno dei manuali di psicologia, in cui si trattano nello specifico i disturbi e il disagio psicologico, le tecniche, i metodi etc. Anche la filosofia e, soprattutto, la letteratura rappresentano un patrimonio sterminato, un serbatoio dal quale attingere per portare avanti un discorso sull’essere umano e la sua realtà più profonda, la psiche e le dinamiche che la riguardano.

Pensiamo a un racconto come quello della “Morte di Ivan Ilic” di Tolstoi, in cui il protagonista, tutto proteso alla scalata sociale, aderendo a convenzioni e senso comune, capovolge completamente le proprie priorità di vita nel momento in cui si scopre malato. Oppure a “I fratelli Karamazov” e alla figura del Grande Inquisitore. Tra i tanti testi che si prestano a entrare in dialogo aperto con psicologia e psicoterapia c’è anche “1984” di George Orwell.

1984, il romanzo distopico che parla dell’uomo e delle sue responsabilità

Un romanzo distopico, scritto nel 1948, nel quale l’autore immagina un mondo dominato da un terribile totalitarismo, identificato con Il Partito che si raccoglie attorno alla figura carismatica del Big Brother (Grande Fratello). Un mondo in cui ogni forma di libertà personale e di pensiero è stata repressa, si vive in uno stato di guerra e paura perenne, controllati da uno Stato che impone la propria visione come unica verità possibile. Persino il passato è sottoposto a revisionismo, perché il Partito può adulterare giornali, riviste, libri, fotografie, filmati, facendo sparire ogni traccia di quello che contraddice il proprio pensiero o la realtà che è stata costruita. Un potere omologante cerca di rendere tutti gli uomini uguali, sottomessi e incapaci di pensare.

Una frase, detta all’inizio del libro, riassume benissimo il senso del progetto insito nel Partito: “Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa”. All’interno di questo mondo da incubo, in cui chi si oppone o viene sospettato di non essere allineato sparisce per sempre (viene vaporizzato) si muove il protagonista, Winston Smith, un uomo semplice, non un eroe, che lavora al Ministero della Verità, il luogo in cui centinaia di impiegati ogni giorno si occupano di produrre materiale di intrattenimento, informazione e di alterare i dati del passato, cambiando articoli di giornale, film e letteratura. Winston è un uomo che mantiene ancora un briciolo di consapevolezza, che nonostante le continue manipolazioni, ricorda e sa che c’è qualcosa che non va. Fa finta di adattarsi, di essere come tutti gli altri, atteggia il viso a un’espressione vuota, ma segretamente scrive un diario nel quale riversa i propri sentimenti più profondi, l’odio verso il Grande Fratello e il sistema totalitaristico che ruota intorno a questa figura, onnipresente ma mai vista dal vero.

Un giorno la sua vita cambia poiché incontra una ragazza, Julia. Inizialmente crede che sia una spia, una delle tante donne che il Partito ha modellato a sua immagine e somiglianza, trasformandole in automi privi di sentimenti, colmi soltanto di venerazione verso il sistema e di desiderio di fare il proprio “dovere”. In realtà, però, presto scoprirà il vero volto di questa donna, innamorandosene perdutamente e infrangendo uno dei tanti tabù: quello secondo il quale non ci possono essere relazioni sessuali che abbiano altri scopi oltre alla procreazione.

Alla fine, però, i due verranno catturati dalla psicopolizia e condotti nei sotterranei del Ministero dell’Amore, l’organo deputato al mantenimento dell’ordine pubblico tramite violenza e coercizione. È qui che Winston viene sottoposto alle più atroci torture, fisiche ma anche e soprattutto psicologiche. Ed è a questo punto che entra in gioco una riflessione che ha molto in comune con la psicoterapia. In realtà, 1984 è colmo di temi e contenuti psicosociali, ma in questo articolo abbiamo voluto concentrarci su un aspetto in particolare, il momento in cui il processo di disumanizzazione descritto nel romanzo raggiunge il suo culmine.

La stanza 101 e la ferita feritoia

Winston, infatti, viene condotto nella stanza 101.

È la tortura finale: qui ciascun prigioniero viene messo di fronte alla sua paura più grande, alla sua fobia, al trauma. Winston, che fino a questo momento ha resistito, senza cedere e senza tradire Julia, viene finalmente piegato al volere del Partito. Nel preciso istante in cui dovrebbe confrontarsi con la zona oscura, con la sua sofferenza più profonda, cade e decide di salvarsi sacrificando l’altro, la donna che ama, e permettendo che sia lei a subire quella tortura. Tutto questo ha terribilmente a che vedere con l’esistenzialismo.

Riprendendo la riflessione di un filosofo come Heidegger, si può dire che l’essenza dell’essere umano è la cura, un concetto che riguarda la nostra capacità di portare a valore la nostra vita, dargli senso, assumendoci in prima persona la responsabilità di noi stessi.

Più nello specifico, sono le nostre ferite a metterci in contatto con noi stessi, con le nostre esigenze emotive.

Le ferite si trasformano in feritoie, in varchi aperti per accedere al mondo esteriore e interiore, per relazionarci con il mondo e con noi stessi. Il disagio che portiamo dentro, che ci fa soffrire, in realtà rappresenta una risorsa inestimabile da portare a valore, da far fiorire. Nel momento in cui voltiamo le spalle al nostro stesso dolore, il sistema ci convince ad allontanarci da esso, a ignorarlo – frastornandoci con il lavoro, i divertimenti, l’alcol, nei casi peggiori le droghe o anche chiedendoci di delegare – perdiamo il contatto con il senso di noi stessi, con le nostre esigenze emotive.

Quell’appiattimento totale, vera e propria lobotomizzazione che si vede alla fine di “1984 “è, così, un monito a prenderci cura di noi stessi, a continuare a essere uomini e donne, ad accettare l’angoscia che ci singolarizza, ci scuote da dentro e ci riporta a noi stessi.

Ricordandoci che siamo noi, nessun altro, gli artefici del nostro essere.

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