Scene da un matrimonio- cinema e psicoterapia 17 Ott 2016

BY: admin

Psicologia e cinema / Psicoterapia

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Con “Scene da un matrimonio” Ingmar Bergman pone la propria lente sulla vita coniugale e le dinamiche di coppia, indagando con lucidità il mondo relazionale.

La prima immagine che ci viene incontro dalla schermo è quella di un interno domestico, l’intervista ad una coppia di sposi riguardo la propria vita coniugale: domande di rito, fotografie che dovrebbero cogliere la spontaneità dei gesti, ma che non possono essere altro che un pallido riflesso della realtà. Facciamo la nostra conoscenza con Marianne e Johan,  l’uno impiegato in un istituto psicotecnico, l’altra in uno studio di avvocati. Una coppia sposata da 10 anni con due figlie.

Sono stati prescelti per rappresentare l’immagine della perfezione in coppia, una famiglia felice. Dai loro stessi discorsi sembra emergere questo stato di grazia, una condizione assolutamente invidiabile all’apparenza:

“ci consideravamo addirittura una coppia ideale[…] tranquillità, ordine, armonia, lealtà…una felicità indecente se si può dire così”.

Una parola dopo l’altra si compone questo primo quadro, nel pieno stile “letterario” di Ingmar Bergman che in Scene da un matrimonio, realizzato nel 1973, immerge il proprio scandaglio nelle acque apparentemente serene della vita a due, per scoprire lentamente quelle che sono le dinamiche sottili del rapporto di coppia. Un film in parte, forse, autobiografico o in cui, per meglio dire, Bergman proietta anche parte del proprio vissuto, come in uno psicodramma in cui si metta in scena una porzione della propria vita per esternare conflitti e tensioni: l’attrice Liv Ullmann, la bella e timida Marianne, fu a lungo compagna di vita di Bergman, pur non avendo mai contratto con lui un legame matrimoniale.
Scene da un matrimonio- cinema e psicoterapia

Scene da un matrimonio, come una psicoterapia di gruppo

Scene da un matrimonio parte da un quadro idillico, dunque, una situazione di equilibrio, rappresentando quella che è la superficie esterna del rapporto, quella visibile ai più, convenzionale e di facciata. Si tratta, tuttavia, di un’apparenza fallace: progressivamente emerge di fronte ad un occhio attento la dimensione di negazione in cui i protagonisti sono completamente calati. Una situazione in cui entrambi i membri della coppia celano a sé stessi e agli altri quello che realmente vivono.

Due scene in particolare appaiono costruite per preludere allo scatenamento della crisi, col venir meno improvviso di quell’atmosfera di serenità artefatta che ha introdotto la narrazione filmica: una cena con una coppia di amici, subito dopo l’intervista di apertura, e il colloquio di Marianne con un’anziana signora.

Durante la cena l’argomento di discussione principale è l’articolo dedicato alla vita di coppia di Marianne e Johan. Proprio il confronto con questa raffigurazione tanto patinata del rapporto tra i due coniugi permette l’emersione in superficie dei conflitti sottaciuti tra i due amici, anch’essi una coppia, che arrivano – attraverso allusioni velate o veri e propri sfoghi – a esprimersi tutto il proprio astio reciproco. Di fronte ad una scenata che, teoricamente, dovrebbe essere riservata all’intimità e non “performata” davanti ad un pubblico, i protagonisti cercano di riportare entro toni più calmi la conversazione. Marianne e Johan tentano di anestetizzare il dolore che è appena esploso di fronte ai loro occhi che diventa, di fatto, uno specchio per guardarsi più attentamente, riflesso di una condizione vissuta intimamente ma non ancora emersa a coscienza. Come in una psicoterapia di gruppo l’incontro con l’altro diventa un modo per entrare in contatto con una parte di sé negata e nascosta, che rimane sotto la superficie e si cerca di soffocare in ogni modo. Non sarà un caso, dunque, che Marianne proponga all’amica una consulenza presso il suo studio legale per avviare le pratiche di divorzio. Si tratta, evidentemente, di un modo per riportare entro la norma e il rigore della legge qualcosa che sfugge completamente al controllo perché ha a che fare con la parte intima dell’individuo, con la sua sfera emotiva.

Scene da un matrimonio, Liv Ulmann

Marianne e l’anziana: il destino di un matrimonio senza amore

La scena del dialogo tra Marianne, nel suo ruolo di avvocato, e un’anziana signora svolge un ruolo similare a quella precedentemente analizzata, andando ad incrinare la superficie liscia e asettica che ci viene proposta all’inizio, insinuando ancora una volta il dubbio. Si può a buon diritto affermare che Bergman abbia concepito Scene da un matrimonio quasi come un grande affresco (pensato originariamente in forma di sei episodi per la televisione per un totale di 300 minuti, la versione cinematografica ne dura 167) della vita di coppia e di tutti gli ostacoli e le problematiche che ci si trova ad affrontare quando si è in due.

Il colloquio con l’anziana ruota ancora una volta attorno al tema del divorzio: la donna, infatti, esprime con fermezza la propria volontà di divorziare dal marito e lasciarsi alle spalle un’unione senza amore. Un aspetto che diventa centrale, ribadito e riplasmato in parole che comunicano il disagio sofferto e il senso di soffocamento di chi ha vissuto un’intera esistenza entro un legame convenzionale, privo di stimoli emotivi, sopravvissuto tanto a lungo solo per preservare i figli. Il desiderio di evadere da un legame percepito come una prigione, scopriamo, è già stato manifestato al grande assente in questa discussione, il marito della donna, ben 15 anni prima. La risposta è stata quella di aspettare che i figli crescessero. Affiora così il tema della responsabilità verso la prole della coppia, (soltanto sfiorato anche se sappiamo che i protagonisti sono anch’essi genitori) trasformata in una catena che costringe a rimanere insieme due perfetti estranei, il cui rapporto non ha più linfa vitale.
Le parole dell’anziana, ormai giunta al capolinea della propria esistenza e consapevole del’impossibilità di avviare una nuova vita con qualcun altro, sono struggenti e condensano il senso di uno svuotamento:

le cose più strane mi stanno capitando, i miei sensi, il senso dell’udito, della vista, del tatto cominciano a tradirmi […]. Lo stesso vale per tutto il resto: la musica, gli odori, i volti e le voci della gente, tutto mi appare più povero, più grigio, senza nessun valore.

Basta il primo piano sul volto di Marianne per comprendere tutti i sottintesi che questo dialogo al femminile portano alla luce. Quel che verrà dopo sarà soltanto il logico sviluppo dei temi che già da qui fanno sentire la propria presenza.

Fuori dal matrimonio e dalle convenzioni: l’incontro col mistero

Come tenere in piedi una relazione di coppia? Bergman non vuole certo rispondere in modo definitivo a questo quesito né tantomeno con Scene da un matrimonio intende proporre un paradigma di riferimento per quel che riguarda la relazione di coppia. L’intento, piuttosto, pare quello di rappresentare con occhio consapevole la dimensione coppia, esplorando tutti quei conflitti – spesso taciuti per quieto vivere – che trasformano l’amore in una trappola d’odio e insofferenza.
Scene da un matrimonio

Messi a confronto con le immagini speculari rappresentate dagli altri, Marianne e Johan cominciano ad entrare in contatto con quella parte di sé che hanno obliterato, si arricchiscono di dubbi, lasciano emergere tutto quello che hanno non hanno mai saputo dire, adagiandosi nel compromesso. Primi tra tutti i loro problemi sessuali, la fisiologica mancanza di attrazione reciproca in un rapporto di lungo corso che si rovescia in vero e proprio disgusto per la fisicità dell’altro. Finalmente la crisi, annunciata fin dal principio, esplode: Johan confessa alla moglie di essersi innamorato di una giovane studentessa.

Seguono la sofferenza, le difficoltà, i tentativi di riavvicinarsi ma soltanto alla fine, dopo essersi fatti di tutto, dal tradirsi al picchiarsi selvaggiamente, la crisi per quanto dolorosa si presenta per quello che è realmente: un’occasione per gettare le fondamenta di qualcosa di nuovo.

Johan e Marianne si ritrovano quando ormai si erano perduti, lasciati e risposati con altri: si ritrovano fuori dai confini convenzionali del matrimonio, come una coppia clandestina che fa l’amore di nascosto nello chalet messo a disposizione da comuni amici, una coppia che ha attraversato tutte le fasi della relazione ed è giunta finalmente al punto finale del percorso, matura e solida perché i due sono stati in grado di lasciar saltare le regole imposte. Come fa capire Yalom ne “Le lacrime di Nietzsche”, in cui la crisi coniugale è tema centrale, solo quando abbiamo il coraggio di disancorarci da abitudini e certezze possiamo incontrare l’altro in tutta la sua problematicità e autenticità, in tutto il suo mistero. Ma sono le parole dello stesso Johan a rappresentare una chiave di lettura fondamentale per il film che si presenta anche come un’educazione sentimentale, un percorso per imparare che l’amore è accettare sé e l’altro come imperfetti, dalla negazione alla piena consapevolezza:


Ti dirò una cosa ancora più ovvia: noi non siamo che degli analfabeti dal punto di vista sentimentale. Ci hanno insegnato tutto sull’anatomia, sull’agricoltura in Africa, che la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa ecc. ecc. Ma non ci hanno insegnato una sola parola sulla nostra anima. L’ignoranza su noi stessi e gli altri è tragicamente totale.”

Scene da un matrimonio: cinema e psicoterapia
ultima modifica: 17/10/2016
da Centro di psicologia e psicoterapia La Fenice

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