La psicoterapia umanistica rappresenta un insieme di approcci e correnti sviluppatisi intorno agli anni ’60 negli Stati Uniti come reazione e alternativa agli orientamenti psicologici prevalenti in quell’epoca: l’orientamento psicodinamico e quello comportamentale.

L’esigenza era quella di trovare un modello che andasse oltre gli schemi dominanti, legati a concezioni deterministiche che si concentravano su un unico aspetto dell’essere umano.

Per questo la psicologia umanistica verrà chiamata anche “terza forza”, contraddistinguendosi proprio come terzo elemento che andava a scardinare le concezioni accademiche ormai classiche.

In particolare, la psicologia umanistica pone l’attenzione sull’individuo nella sua interezza e complessità, sostenendo che soltanto una lettura su più piani e da molteplici punti di vista (emotivo, neurologico, comportamentale, cognitivo…) può descrivere l’essere umano.

Altro punto fondamentale è l’idea dell’importanza dell’esperienza soggettiva intesa come percezione del singolo rispetto a emozioni, convinzioni e bisogni, al di là delle interpretazioni di stampo logico.

Ma l’aspetto centrale dell’approccio umanistico è la convinzione che ciascun individuo possegga della potenzialità, spesso inespresse, che devono essere scoperte e sviluppate per poter parlare davvero di benessere della persona.

La psicoterapia umanistica, infatti, promuove l’espressione autentica e creativa della personalità che non deve essere “normalizzata”, ma valorizzata nella sua unicità e diversità.

Psicoterapia umanistica-esistenziale: come funziona

L’approccio umanistico in psicologia è anche detto umanistico-esistenziale poiché fa capo a due filoni di pensiero: l’umanesimo inteso come corrente che mette al centro l’essere umano, rivalutandolo rispetto a concezioni statiche e dogmatiche preesistenti, e l’esistenzialismo, la corrente filosofica nata nel ‘900 che riflette sul dramma della condizione umana, sul senso di solitudine e sull’angoscia che ne derivano, senza però cadere nella rassegnazione e nella passività.

Uno dei contributi più importanti è quello di Carl Rogers che sostiene con forza la possibilità di autorealizzazione della persona, responsabile del proprio cambiamento.

Secondo il suo metodo il rapporto tra terapeuta e paziente deve fondarsi sull’onestà e la genuinità, nel senso che il terapeuta si mostra per quello che è, senza nascondersi dietro il proprio ruolo e senza dissimulare i propri reali sentimenti;

sull’empatia attraverso la quale il terapeuta entra in sintonia con il paziente e riesce a comprenderne pensieri e sentimenti per guidarlo verso una maggiore consapevolezza dei propri stati d’animo;

sull’accettazione positiva incondizionata, il che non significa approvare il punto di vista del paziente-cliente ma accettarlo assumendo un atteggiamento non giudicante.

Nella terapia di stampo umanistico-esistenziale è proprio il rapporto che si instaura tra paziente-cliente e terapeuta a divenire lo strumento fondamentale per produrre effetti positivi.

Questo modo di essere e di porsi nei confronti del paziente, che supera la posizione distante e impersonale sposata dalla teoria freudiana classica e dal comportamentismo, assicura al cliente una condizione ottimale per il cambiamento e la crescita.

In buona sostanza la terapia umanistico-esistenziale è una terapia non direttiva perché mirante all’autorealizzazione dell’individuo.

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