test macchie di rorschach personalità 18 Mar 2019

BY: admin

Psicologia

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Il test delle macchie di Rorschach è uno strumento di indagine affascinante, dalle molte facce e funzioni. Si tratta, nello specifico di un test proiettivo o soggettivo cioè di uno strumento psicologico basato su stimoli visivi intenzionalmente ambigui, incompleti e poco strutturati.

Il paziente che viene sottoposto al test deve descrivere cosa vede, cosa ne pensa, quali reazioni gli suscita quell’immagine, cosa gli fanno venire in mente. Non c’è una risposta giusta o sbagliata, ma le macchie che si vedono si prestano a diventare dei contenitori delle singole proiezioni.

Questo tipo di test, infatti, si fondano sulla teoria freudiana della proiezione attributiva: se lo stimolo è ambiguo e privo di un significato specifico, quel che il soggetto coglie è un’attribuzione di contenuti che appartengono all’inconscio del soggetto stesso e, di conseguenza, una proiezione di aspetti nascosti della sua personalità.

È una tecnica di indagine della personalità che, insieme al MMPI (Minnesota Multiphasic Personality Inventory) e al test del disegno della figura umana, ha un valore oggettivo in campo giuridico e forense.

test delle macchie di rorschachLe macchie di Rorschach ispirate da un gioco di società

L’aspetto curioso e interessante è che il test psicologico trae le sue origini da un gioco di società molto diffuso nell’Ottocento, il Blotto o Klecksographie. Consisteva, sostanzialmente, nel far cadere o spruzzare dell’inchiostro su un foglio bianco e poi ripiegarlo in due, in modo che l’inchiostro si sparga e formi un’immagine su entrambe le metà. Dopo aver aperto il foglio e averlo fatto asciugare, si cerca di interpretare in maniera del tutto libera ciò che ne è venuto fuori.

Un pioniere di questo gioco è il medico Justinus Kerner, che all’inizio dell’Ottocento comincia a includere le Klecksografie nei suoi libri di poesia. I vari testi risultano ispirati da queste macchie create accidentalmente e in modo del tutto casuale con l’inchiostro.

Prima di Rorschach, anche lo psicologo Alfred Binet compie degli esperimenti con le macchie d’inchiostro, usandole – però – come test di creatività.

Rorschach, psichiatra svizzero, invece, lavora con le macchie dal 1911 al 1921, studiando i disturbi percettivi dei soggetti psicotici. Si chiede, infatti, se il diverso modo di percepire e interpretare le macchie da parte di soggetti diversi possa essere legato a differenti dinamiche di personalità o particolari problematiche psicopatologiche. Va avanti sperimentando con decine di pazienti diversi, utilizzando vari tipi e diverse sequenze di macchie.

Dopo dieci anni di studi, pubblica il libro con il quale comunica alla comunità scientifica i risultati del suo lavoro e propone di standardizzare il sistema diagnostico, Psychodiagnos. Inizialmente, il suo libro passa praticamente inosservato. Ma l’anno dopo, nel 1922, a soli 38 anni, lo psichiatra muore a causa di una peritonite mal diagnosticata.

È dopo la sua morte che il test comincia a essere utilizzato anche da altri psichiatri e psicoanalisti in ambito psicodiagnostico.

test delle macchie di rorschachUsare il test di Rorschach in psicoterapia

La macchie di Rorschach fanno ormai parte di un immaginario comune. Le si vede spesso nei film: pensiamo, per esempio, a Blade Runner, dove le persone vengono sottoposte al test per capire se sono umani o replicanti. O al fumetto Watchmen, in cui uno dei protagonisti si chiama proprio Rorschach.

Allo stesso tempo, però, le norme deontologiche impongono ai professionisti del benessere psicologico, psicologi e psichiatri di non mostrare le tavole di Rorscharch e non divulgare informazioni precise e specifiche sulla loro natura. Non è possibile, dunque, riferire il numero delle macchie che vengono sottoposte durante il test, la loro sequenza, né tantomeno spiegare le modalità di somministrazione.

Vedere le tavole, al di fuori dell’ambito diagnostica, significa invalidare il test.

Questo perché il test delle macchie di Rorscharch si basa sulla risposta istintiva del paziente alla visione delle tavole e una precedente conoscenza di forme, colori, sequenze o altri elementi specifici può attivare meccanismi e processi di memorizzazione che inficiano la riuscita della diagnosi.

Al di là dell’ambito diagnostico, però, il test di Rorschach può essere pensato e utilizzato dai professionisti del benessere psicologico e dai terapeuti in un altro modo. Se lo si intende secondo la versione originale, come un gioco, questo test può essere usato anche a scopo terapeutico. Naturalmente, in questo secondo caso, il test non ha più valenza diagnostica.

Messa di fronte alle macchie, la persona può sentirsi libera di parlare delle proprie proiezioni. È possibile fare delle libere associazioni partendo proprio dalle immagini e da quello che suscitano a livello emotivo. Proprio perché le macchie fungono da contenitori delle proiezioni, sono uno dei tanti strumenti che il terapeuta può utilizzare per entrare in contatto con la parte inconscia del paziente.

Invece che per formulare una diagnosi, il terapeuta può usare questo metodo per indagare il mondo fantasmatico ed emotivo del paziente. Il test di Rorscharch permette alla coppia terapeutica di entrare in contatto con immagini interiori, esplorando emozioni e libere associazioni. Il terapeuta, in questo modo, può individuare aree particolarmente conflittuali come quella della sessualità, della socialità, dell’identità ma anche mettere in evidenza i punti di forza del paziente e le sue risorse interiori. Grazie a questo utilizzo del test, è possibile acquisire un bagaglio di conoscenze più ampio, che andrò integrato con la storia del paziente e i vari elementi emersi nel corso della terapia.

Quando viene utilizzato in questo senso, le immagini del test di Rorschach vengono assimilate alle immagini dei sogni che permettono di svelare una parte del sé più profondo.

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