La Fenice psicoterapia psicologia interpretazione Simone Ordine 20 Feb 2019

BY: admin

Psicoterapia

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Quest’articolo è stato realizzato sulla base dell’interpretazione a carattere psicologico del mito della Fenice elaborata personalmente dal dottor Simone Ordine.

 

Quando si pensa alla Fenice, l’aspetto che si considera maggiormente è quello della rinascita. Ma quest’immagine così diffusa e comune manca sempre di un altro aspetto, presente nel mito originario, che passa in secondo piano.

Anzi, viene del tutto cancellato.

Quello della fatica e del lavoro, dell’impegno che la Fenice deve mettere per poter nascere a nuova vita. Quest’assenza dalla concezione comune, in qualche modo, ci parla di un certo atteggiamento corrente, di un’impostazione psichiatrica: si cerca una rinascita magica, senza sforzo e senza lavoro su sé stessi. Come se la crisi personale potesse essere superata con una soluzione già pronta e subito disponibile, il farmaco.

In realtà, rileggendo il mito della Fenice, sia facendo riferimento al testo di Erodoto, sia attingendo ad altre fonti sapienziali, bibliche o di altro genere, la questione appare molto più complessa.

 

Il mito della Fenice come metafora della psicoterapia

Innanzitutto, nel mito si racconta che, quando sente sopraggiungere la morte, la Fenice “si mette in cerca di un posto sicuro in cui prendersi cura di sé”. Quest’immagine ci rimanda proprio al momento in cui percepiamo all’interno di noi stessi un disagio, un’angoscia profonda. Quando si sperimenta un attacco di panico, per esempio, si ha proprio l’impressione di stare per morire e si sente che viene meno una parte di noi stessi. È proprio in questo momento, quando si manifesta l’angoscia che bisogna mettersi in cerca, in moto. Quando si sente tutto questo è impossibile stare fermi, si vuole trovare una soluzione. Il posto sicuro in cui prendersi cura di sé, all’interno della terapia, è proprio la base sicura, il setting e il rapporto con il terapeuta che, seduta dopo seduta, dà al paziente gli strumenti per imparare a prendersi cura di sé stesso autonomamente.

Subito dopo, nel luogo sicuro, la Fenice comincia un processo basato su “prove ed errori”. Non è in grado immediatamente di provvedere a sé stessa, deve compiere un percorso, fare dei tentativi prima di riuscire nel suo scopo, quello di costruire un nido che è, allo stesso tempo, “sudario” o tomba e nido d’infanzia.

Il modo in cui la fenice tenta di costruire il nido significa che in psicoterapia non c’è un percorso precostituito, stabilito a priori, da percorrere secondo precise tappe. Ogni terapia è unica e irripetibile come la persona che la affronta. Ciascuno deve poter sperimentare ed esplorare il proprio sé, altrimenti decadrebbe il principio della psicoterapia come espressione dell’individualità.

Il nido costruito dalla Fenice, in particolare, è fatto di erbe balsamiche. Un’immagine che richiama il concetto di cura di sé. Il paziente, in psicoterapia, esattamente come l’uccello del mito, assume su di sé, in prima persona, la cura.

Dopo aver costruito il nido, la Fenice si lascia bruciare. È un momento importante. Trasportando quest’immagine all’interno della psicoterapia, si tratta del momento in cui la personalità accetta di mettere fine a una parte di sé. È la capacità, che si raggiunge durante il percorso terapeutico, di rinunciare e mettere da parte schemi mentali e di comportamento che fino a ora (e per anni) hanno funzionato, ma sono diventati ingombranti.

È accettare il cambiamento che prevede il lasciar andare qualcosa.

Nello specifico, l’immagine del fuoco, potrebbe derivare da una pratica messa in atto davvero da alcune specie di uccelli. Questi, infatti, per liberarsi dei parassiti, sbattono le ali vicino al fuoco. Un’operazione rischiosa, che richiede competenza, ma che rappresenta un modo – ancora una volta – di prendersi cura di sé stessi, di amarsi e provvedere alle proprie necessità. Quegli stessi parassiti, in un certo senso, rappresentano le idee o anche parti di sé infestanti e invasive, che si deve eliminare per poter stare meglio.

La potenza del fuoco, purificatore e distruttore allo stesso tempo, inoltre, si presta perfettamente a descrivere quelle che sono le potenzialità e i rischi legati alla psicoterapia. Un percorso che può essere risanante ed estremamente positivo oppure rivelarsi deleterio, a seconda delle competenze del terapeuta con cui si svolge la terapia.

Il momento della rinascita della Fenice

Dalle ceneri, come ci ricorda il mito, compare un piccolo uovo che, scaldato dai raggi del sole, si schiude dopo tre giorni. Sia l’uovo, sia i tre giorni che trascorrono prima di nascere di nuovo sono presenti nella nostra cultura e tradizione. Anche il Cristo risorge dopo tre giorni e la Pasqua è simboleggiata proprio dal’uovo.

Ma l’uovo scaldato dal sole rappresenta anche le potenzialità interiori che si dischiudono grazie alla luce della consapevolezza che scaturisce dalla psicoterapia.

A questo punto, però, la Fenice non ha ancora compiuto il suo intero percorso. Deve ancora compiere l’impresa finale, quella che sancisce l’inizio di una nuova vita. Tra le ceneri, infatti, rimangono i resti del “padre”, quel che rimane dell’esistenza precedente. La Fenice, allora, foggia un uovo di mirra, grande quanto è in grado di trasporta e fa una serie di prove e tentativi. Di nuovo torna il concetto di sforzo, di allenamento della proprie capacità. All’inizio, infatti, la Fenice non riesce a sollevare quest’uovo. Deve temprare sé stessa e le proprie forze per acquisire la capacità di tirarlo su e trasportarlo. È soltanto quando, finalmente, può caricarsi addosso il peso dell’uovo, nel quale ha riposto i resti del padre, che rinasce in tutto il suo splendore.

Quest’immagine è densa di significato.

L’individuo, rappresentato dalla Fenice, per andare avanti, per cambiare e ritrovare il benessere, deve trovare in sé la capacità di sopportare il peso della generazione precedente. Sta qui la fatica del percorso terapeutico che permette, alla fine, di accettare l’eredità ricevuta dalla famiglia, un’eredità fatta di schemi mentali, comportamenti, vissuti. Soltanto se ci si fa carico del proprio passato, si è poi in grado di volare.

Ma non è un’accettazione passiva, acritica.

C’è un ultimo simbolo da considerare. Prima di trasportare il padre, la Fenice lo purifica con la mirra. Ciò sta a significare la capacità di non accettare pedissequamente ma lavorare per portare a valore il nostro passato e il vissuto, arrivando ad acquisire schemi mentali più evoluti.

Il volo della Fenice è verso il tempio del Sole. Un sole che, da sempre, rappresenta la generatività e la fertilità. La fertilità di un individuo libera sé stesso e rinasce sia nel corpo ( primo uovo) sia nello spirito (secondo uovo). Un individuo che si rimette al mondo, partorisce sé stesso e comincia una nuova vita.

 

 

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